A progressive Manifesto di A.Giddens.
Recensione di Michele Salvati


Sono un commentatore abituale dei prodotti ideologici di Anthony Giddens. Due commenti impegnativi, il primo al volume originale sulla Terza via (1998), il secondo a quello che gli ha fatto seguito (il migliore, a mio modo di vedere, tradotto nel 2000 da Carocci col titolo “Cogliere l’occasione”), li ho ripresi nella terza parte de “Il partito democratico” (Mulino, 2003). Qui traduco, riassumo e aggiorno un commento dedicato al prodotto più recente (A Progressive Manifesto), esposto ad un convegno sul liberal-socialismo tenutosi a Torino nel marzo scorso: ho ricordato i precedenti affinché il lettore, se proprio gli interessa, possa farsi un’idea più completa di quel che pensa Tony Giddens e di quello che io penso di lui.
Di lui penso molto bene e volentieri mi sono fatto portatore delle sue idee, con alcune riserve critiche che diverranno chiare fra poco: ero in larga misura d’accordo col lavoro originale sulla Terza via e condivido i motivi che hanno indotto lui e gli altri coautori (a differenza dei primi due libri, questo è un lavoro collettivo) a presentare i loro argomenti in modo un po’ diverso. Il primo è che time goes by, come cantava Nat King Cole, dunque che nuovi fatti vanno interpretati e di nuovi problemi bisogna tener conto. Il secondo è che il manifesto originale, quello sulla Terza via, era stato interpretato come un prodotto ideologico britannico o al più anglosassone -erroneamente a mio modo di vedere- mentre quest’ultimo fa esplicito riferimento alla tradizione socialista. Un riferimento molto impegnativo: il termine “social-democratico” è usato spesso come sinonimo di “giusto” o “condivisibile” ed è sempre riferito alle buone politiche che il libro suggerisce. Abbiamo persino un capitolo, peraltro eccellente, dedicato a “politiche internazionali socialdemocratiche” che non mi ero mai accorto esistessero. Insomma, si capisce qual’è il pubblico cui Giddens vuol “vendere” il suo prodotto -gli eredi delle tradizioni del socialismo europeo continentale- e in questo lavoro egli si guarda bene dal criticare gli aspetti non più adeguati di quelle tradizioni, o dal mettere in rilievo la vicinanza della Terza via colle tradizioni whig, di matrice liberale: un po’ per evitare suscettibilità nominalistiche (della Terza via è importante la sostanza, non il nome), un po’ perché viene effettivamente attuata una modesta correzione a sinistra rispetto lavori precedenti, per tutto il libro si parla tranquillamente di socialismo e socialdemocrazia.

Nell’impegnativo saggio iniziale –qualcosa di più di una introduzione, quasi una distribuzione di compiti ai diversi coautori- Giddens definisce un apparato concettuale composto da tre “triplette” di idee-forza: su di esse dovrebbe fondarsi il socialismo moderno, da esse si dovrebbe partire, adattandole alle condizioni locali, per costruire un programma socialista in un paese avanzato. La prima tripletta riguarda le grandi istituzioni regolatrici del capitalismo nazionale, stato e mercato, per intenderci; la seconda riguarda i singoli cittadini, i diritti e i doveri che un programma socialista dovrebbe promuovere; la terza riguarda gli obiettivi che vanno oltre i confini nazionali, le istituzioni e le politiche internazionali che, realisticamente, oggi, meglio interpretano ed esprimono i valori “socialdemocratici”. Ma vediamo un po’ più in dettaglio.
Prima tripletta: Embedded Market, Ensuring State, Civil Economy, e tengo le espressioni inglesi perché non è facile tradurle . (i) La prima è una espressione coniata dal sociologo Mark Granovetter per indicare che i mercati sono sempre immersi, o incorporati (“embedded”, appunto), in un contesto istituzionale, sociale, culturale, da ultimo fiduciario, che è essenziale al loro funzionamento, e che spiega perché a volte danno esiti buoni e a volte cattivi. E’ dunque essenziale capire, anche perché è variabile da società a società, dove gli esiti sono positivi e dove è meglio che intervenga il potere regolativo, o addirittura direttamente produttivo, dello stato: insomma, può essere opportuno privatizzare le telecomunicazioni e sbagliato privatizzare le ferrovie. Nessun mito, nessun ideale astratto: lasciamoli ai neo-liberali. (ii) La seconda espressione (forse traducibile come “stato garante”) si riferisce all’altro pezzo fondamentale della political economy di un socialista moderno: il ruolo dello stato. Sostanzialmente si va oltre il ruolo dell’ enabling state, dello “stato facilitatore” che la terza via aveva teorizzato come ruolo intermedio tra la visione neo-liberale (stato minimo, o stato guardiano notturno) e quella socialista tradizionale (stato proprietario e produttore). Lo stato deve certo stimolare, facilitare e assecondare l’auto-organizzazione dei privati nel provvedere beni meritori, deve certo far leva sulla loro lungimiranza e responsabilità: ma, in tema di protezione sociale esso ha degli obblighi e deve garantire che servizi essenziali per il benessere e l’inclusione sociale dei cittadini vengano di fatto forniti. Insomma, come nel caso precedente, si dà una piccola sterzata a sinistra rispetto a letture troppo liberali della Terza via. (iii) E questo avviene anche per la civil economy, la terza idea-forza della prima tripletta. Tra le prime teorizzazioni della Terza via ed oggi ci sono stati di mezzo scandali finanziari e aziendali di tutti i tipi, crescita vertiginosa dei redditi dei managers, coinvolgimento di società di auditing e di consulenza nelle malefatte delle imprese: l’”economia civile” costituisce una versione rafforzata delle teorie sulla responsabilità sociale dell’impresa, un intervento dei poteri pubblici per indirizzare e irrobustire i poteri auto-regolativi di cui il mercato ha bisogno. Se non si forma una “economia civile”, se scandali, disuguaglianze offensive e inutili, diventano dominanti, crolla la fiducia nello stesso mercato, e acquistano peso domande di natura populistica od eversiva: insomma, il mercato dev’essere salvato dalle tendenze che esso stesso scatena.
La seconda tripletta, come abbiamo detto, riguarda i diritti e i doveri dei cittadini: Citizenship as co-production, Controlled inequality, Managed diversity. (i) “Cittadinanza come co-produzione” si riferisce proprio all’inscindibilità dei diritti e dei doveri, alla ripartizione di responsabilità tra il cittadino e lo stato nella produzione congiunta di beni pubblici. In parte si tratta di interventi educativi diretti a formare una forte coscienza civica: a riciclare la carta, a viaggiare su mezzi pubblici. Ma non basta: ci sono doveri del settore pubblico (disegnare un buon sistema di viabilità o di smaltimento rifiuti) e doveri del privato (chi non usa questi servizi deve incorrere in sanzioni). Al di là dei micro-esempi che ho dato in ambito ambientale, la trattazione riguarda soprattutto l’organizzazione del sistema sanitario ed è troppo lunga per essere ripresa qui. (ii) Controlled inequality, questo facile da tradurre, si riferisce ad un profilo della cittadinanza che è sempre stato al centro del messaggio ideologico dei socialisti, tant’è che Norberto Bobbio ne ha fatto l’elemento di distinzione rispetto ad altre ideologie moderne: l’eguaglianza. Eguaglianza piena non ci può essere per ragioni di fatto (diverse dotazioni genetiche e aspirazioni, presenza della famiglia e del mercato) ed è meglio che non ci sia: una lotta contro le disuguaglianze condotta all’estremo può entrare in conflitto con valori di libertà e di riconoscimento delle diversità nei quali anche i socialisti si identificano. Ma le disuguaglianze prodotte dal capitalismo e dalle influenze famigliari vanno “controllate”, devono consentire a chiunque di sviluppare i propri progetti di vita e di partecipare consapevolmente alla comunità politica. Numerosi sono gli esempi di misure “socialdemocratiche” per raggiungere questi obiettivi: grande rilievo, in particolare, viene dato a interventi mirati a fasce d’età giovanissime, addirittura pre-scolari, perché l’esclusione, la discriminazione, la differenziazione non voluta e immeritata, si produce allora. E’ lì che si genera la trasmissione ereditaria della disuguaglianza ed è lì che va combattuta, come suggerisce da tempo Esping-Andersen, sottolineando l’esemplarità del modello nordico. (iii) Ma esistono anche differenziazioni desiderate o differenziazioni inevitabili, e a queste si riferisce il terzo termine della seconda tripletta, la Managed diversity. Le nostre già sono, e sempre più diventeranno, società miste, multi-culturali: come evitare che l’immigrazione produca ghettizzazione e rigetto? Come evitare la chiusura e lo scontro tra comunità sospettose e ostili? Basandosi su un saggio più ampio di Nicola Rossi contenuto nel libro, Tony Giddens dice cose ragionevoli sul contratto di riconoscimento reciproco (effort bargain) che deve stabilirsi tra le comunità, in cui quella ospitata si impegna a riconoscere i valori costituzionali di fondo di quella ospitante e questa ad accettare quelle differenze che non li mettono in discussione. Più facile a dirsi che non a farsi, ovviamente.
La terza tripletta abbandona il terreno delle comunità politiche nazionali per articolare i valori “socialdemocratici” su quello della comunità internazionale e mondiale: un terreno sempre più importante in una situazione di global village. Ma anche un terreno in cui la tradizione socialdemocratica “storica” è sempre stata piuttosto ambigua, oscillando tra l’internazionalismo rivoluzionario discendente da “proletari di tutto il mondo, unitevi” e il voto ai crediti di guerra dei partiti socialdemocratici “realmente esistenti”, ai tempi della prima guerra mondiale. La posizione che il Progressive Manifesto sostiene ha anch’essa un pedigree socialdemocratico ineccepibile, anche se più recente: quello che si è formato nel secondo dopoguerra nelle socialdemocrazie più solide, in Germania e nel Nord-Europa, insomma, Willy Brandt e Olaf Palme. Un pedigree i cui aspetti più utopistici e irenici sono temperati e induriti da ragionevoli considerazioni di realismo politico. (i) Al primo punto della tripletta abbiamo già fatto cenno: Global Social Democracy, intesa come applicazione di principi socialdemocratici al di sopra del livello dei singoli stati. Quali siano le possibili applicazioni di questi principi lo spiega David Held nel suo saggio, e ancor meglio in un libro di prossima pubblicazione presso il Mulino: dati i vincoli di Realpolitik che condizionano i rapporti economici e politici internazionali, si tratta di forzarli quanto è possibile in direzione di una maggiore democrazia internazionale e di una meno iniqua distribuzione delle risorse. (ii) Ma quei vincoli sono assai forti, e lo mostra la discussione del secondo punto, Hard-Nosed Multilateralism, che è una discussione della scena politica internazionale dopo l’11 settembre e l’intervento unilaterale di Stati Uniti e Regno Unito in Iraq. Tony Giddens non può prendere una distanza troppo forte da Blair e se la cava in un modo un po’ pilatesco: “Quali che siano i meriti e i demeriti dell’intervento armato in Iraq”, e continuo con parole mie, questo intervento ha posto sul tavolo il problema dell’uso della forza nel combattere il terrorismo, e l’Europa non può nascondersi sotto il mantello dei bei principi. Insomma, il multilateralismo è auspicabile, ma dev’essere un multilateralismo “a muso duro”, capace di prendere rapidamente le decisioni necessarie. La discussione, a parte l’incertezza iniziale, è ragionevole e le proposte –per quanto molto generali- sono condivisibili. Giuste sono soprattutto le accuse alla sinistra di apparire a rimorchio della destra, di limitarsi a spiegare perché la destra ha torto invece di indicare con chiarezza quali sono le sue proposte, realistiche e adeguate ad una situazione di pericolo. (iii) Il terzo punto della tripletta è di natura più generale, quasi metodologica. Nelle relazioni internazionali, nelle politiche ambientali, nelle politiche relative ai nuovi sviluppi scientifici e tecnonogici, sempre di più i decisori politici (e dunque anche i nostri “socialdemocratici”) affrontano situazioni del tutto nuove e sempre di più essi sono presi di sorpresa da un mondo imprevedibile. Si devono dunque predisporre a “Predicting the Unpredictable”, a prevedere l’imprevedibile. Gli esperti non hanno soluzioni o sono in conflitto tra loro, i vecchi principi della sinistra dicono poco su questi temi, tant’è vero che è stato un nuovo movimento politico, i verdi, a tematizzarli per primi. Ma l’imprevedibilità e il rischio vanno oltre i pochi stereotipi che i verdi hanno elaborato. Dobbiamo dunque essere pronti a far nostro un atteggiamento mentale di grande apertura, in cui l’accettazione dell’incertezza, il più vasto coinvolgimento pubblico nei processi decisionali, e l’inquadramento della decisione in un contesto valoriale il più ampio possibile, sono non solo ineliminabili, ma anche voluti e apprezzati.

Questo è il minimo che si può dire per dare un’idea delle tre triplette di Giddens e ovviamente nell’introduzione del curatore e nei saggi dei coautori c’è molto di più. C’è quanto basta per offrire alla sinistra riformista un solido programma? Il giudizio che anticipo, e giustificherò in quanto segue, è che c’è molto, certo assai di più di quanto gli intellettuali e i tecnici della destra possono offrire ai propri politici. Ma nulla di altrettanto robusto e affascinante di quanto la sinistra ha avuto a disposizione in altri momenti della sua storia. Ad un certo punto della sua Introduzione Giddens afferma che il suo Progressive Manifesto è “coherent and intellectually powerful”. Sulla coerenza sono abbastanza d’accordo; sulla “potenza” avrei qualche riserva, perché per programma “potente” io intendo una cosa abbastanza diversa. Un programma potente è uno che, a mio modo di vedere, deve esibire le seguenti caratteristiche. (a) Dev’essere semplice, facilmente intelligibile dalla grande maggioranza dei cittadini; (b) dev’essere popolare, deve cioè soddisfare bisogni e aspirazioni profondamente sentiti, sempre da una grande maggioranza dei cittadini; (c) dev’essere realistico, cioè non devono esistere ostacoli insormontabili alla sua realizzazione, ostacoli radicati nei presupposti essenziali dei sistemi economici, politici e internazionali nei quali viviamo e vogliamo vivere, (d) e poi, naturalmente, dev’essere progressista, deve costituire un’applicazione alle circostanze storiche e sociali in cui viviamo dei principi di libertà, solidarietà e giustizia sociale che sono tipici della sinistra riformista.
Non sono caratteristiche tirate fuori a caso, sono evidenti proprietà dell’ultimo programma “potente” che la sinistra riformista ha avuto, quello fondato sulle idee dei due grandi liberali Keynes e Beveridge, sulle quali i socialdemocratici hanno mietuto, tra gli anni ’50 e gli anni ’80 del secolo scorso, i loro più grandi successi politici. Chi può negare l’immensa semplicità e popolarità di un programma di piena occupazione e stato di benessere? Chi non ne vede il legame strettissimo con i valori della sinistra riformista, attenta sì alla libertà ma anche alle condizioni di sicurezza economica e sociale per il più gran numero di individui, senza le quali la libertà stessa è un flatus vocis (da sempre la critica socialista ai liberali puri)? Il “realismo”, poi, la concreta attuabilità, erano garantiti dalle politiche keynesiane. E queste, a loro volta, potevano esplicarsi senza conseguenze negative in un contesto di sotto-occupazione diffusa e in un sistema finanziario internazionale come quello disegnato a Bretton Woods. Disegnato da politici e tecnici animati tutti dall’intenzione di evitare le tragedie economiche degli anni ’30 e di offrire un’alternativa appetibile al socialismo e alle economie pianificate allora in pieno sviluppo.
Anche dalla rapidissima rassegna che ho premesso si vede subito che le tre triplette del Progressive Manifesto non costruiscono un programma “potente” nel senso che ho appena descritto. Un programma sensato, ragionevole, questo si. Ma potente, no. E basterebbe prendere qualsiasi elemento di qualsiasi tripletta per rendersene conto: sono certo tutti realistici, perché in essi nulla contrasta con le esigenze di base di un’economia di mercato, di una democrazia liberale o di un sistema di relazioni economiche e politiche funzionante. E sono certo di sinistra, perché tendono a sospingere gli assetti socio-economici in cui viviamo verso una attuazione più piena di principi di democrazia e di uguaglianza delle opportunità. Quel che ad essi manca è la semplicità e l’immediata popolarità. Qui non posso entrare in un’analisi dettagliata, ma basta prenderne uno a caso per rendersene conto. Prendiamo ad esempio quello più vicino alle domande di base della sinistra, il “controllo della disuguaglianza” mediante politiche dirette alle famiglie povere con figli, in modo da limitare per quanto è possibile la trasmissione ereditaria delle condizioni di inferiorità sociale. Questa è un’idea eccellente, che ha già applicazioni di successo nei paesi nordici, e il nostro centro-sinistra deve sicuramente cercare di trapiantarla nelle più difficili condizioni mediterranee. Ma non è affatto un’idea semplice: esige risorse importanti (che devono essere tolte da qualche altra parte), condizioni di civiltà di base piuttosto elevate, una buona amministrazione pubblica. E poi riguarda una parte limitata della popolazione, che non è affatto detto sia entusiasta di aiuti inevitabilmente condizionati al suo impegno di togliere i ragazzini dalla strada e mandarli a scuola.

Da dove provengono le difficoltà a costruire un programma potente? Un programma che, accanto al realismo e alla natura progressiva, abbia in sé le condizioni cruciali di semplicità e grande popolarità? E queste per un’ampia gamma di paesi, o almeno per l’Europa, la culla della socialdemocrazia? In una prima riflessione, esse mi sembrano provenire da due fonti diverse. La prima è costituita dalla stessa matrice ideologica della socialdemocrazia moderna, che ormai è semplicemente una lettura di sinistra della grande tradizione liberale. Certo, sull’estrema sinistra, come sull’estrema destra, rimangono tracce di edifici ideologici non-liberali, marxismo, comunitarismo estremo ed altri minori. Ma la matrice comune del centro-destra e del centro-sinistra è il liberalismo, letto da una parte con maggiore attenzione all’individuo e alla sua libertà, nelle condizioni socio-economiche che effettivamente si danno; letto dall’altra con maggiore attenzione a queste condizioni ed agli ostacoli che esse frappongono alla “libertà eguale”, alla possibilità per il maggior numero di individui di esercitare in concreto la loro libertà. Se così è, si passa dalla destra alla sinistra senza soluzione di continuità ideologica, senza mutare in profondità il quadro di riferimento filosofico, sia nei suoi aspetti conoscitivi che in quelli normativi. L’esistenza di una base comune ha grandi meriti, primo fra tutti quello di non spaccare la comunità politica in due parti che non si comprendono, nemiche, sorda l’una agli argomenti e ai valori dell’altra. Ma produce anche una certa difficoltà a identificare programmi ben distinti, di parte, e potenti nel significato che ho appena descritto. E’ una esperienza che tutti viviamo: il riformismo sembra privo di fascino, viene confuso col moderatismo, c’è in giro una gran voglia delle vecchie contrapposizioni radicali e il liberalismo viene sovente identificato come un’ideologia della destra, più che come una matrice comune della destra e della sinistra moderne.
E tuttavia questa non può essere l’unica fonte di difficoltà, e forse neppure quella prevalente. Torno a dire. Keynes e Beveridge erano due pensatori liberali, eppure il pieno impiego e il welfare state sono state le bandiere della sinistra democratica europea per un quarantennio, che hanno generato entusiasmo (e soprattutto consenso politico) in centinaia di milioni di comuni cittadini. Quindi è possibile creare un programma potente anche in presenza di una koiné liberale diffusa, senza rincorrere sogni palingenetici o aderire a ideologie rivoluzionarie. E’ possibile. Quel che è sicuro è che il Progressive Manifesto non ci dà questo programma. Keynes e Beveridge avevano colto il problema centrale della loro fase storica, l’aspirazione espressa e latente di grandi masse di comuni cittadini: occupazione e sicurezza sociale. E avevano elaborato una strategia (economica, istituzionale, politica, internazionale) per rispondervi: non facile, ma possibile. Qual è il problema centrale della nostra fase storica? Quali sono oggi le aspirazioni di grandi masse di cittadini comuni?
Se non si parte da queste domande è difficile costruire un programma “intellectually powerful” e non mi meraviglia che il Progressive Manifesto non lo sia. Forse ci sono delle epoche in cui i grandi problemi storici sono chiari a tutti e anche un bambino ci può dire quali sono i bisogni comuni delle grandi masse. Forse, in Europa, non viviamo in uno di questi momenti. Forse siamo in gran parte satolli e soddisfatti: quanto abbiamo ottenuto con i welfare states che ci siamo costruiti nella fase precedente ci basta e quel poco di disoccupazione e di precarietà che abbiamo riguarda frange marginali e può essere sopportato. Forse è solo il momento di limare e riaggiustare. Forse è per questo che non si fanno avanti i nuovi Keynes e i nuovi Beveridge.
Forse, ma non lo credo. Perché la crescita non riprende? Perché siamo, di fondo, così pessimisti? Perché non facciamo figli? Perché i problemi finanziariamente più preoccupanti sono quelli delle pensioni e della sanità, tipici di una popolazione che invecchia? Sono problemi stranamente assenti, o appena accennati, nel Progressive Manifesto, ma è da questi che dovremmo partire se vogliamo costruire un programma intellettualmente potente.